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Giorgia Lodi ha accettato di raccontare, per Rosadigitale, il percorso che l’ha portata ad essere personaggio di spicco nel panorama nazionale e internazionale nel mondo dei dati, delle ontologie e del Web semantico.

Ho 41 anni, sono di Bologna e mi occupo di informatica da sempre, da quando ero piccola.

Non ho ricordi così chiari della mia infanzia ma ci sono alcune cose che invece ricordo bene. Quando ero alle elementari la mia insegnante mi diceva sempre “Giorgia, spero per te che da grande non farai la ragioneria perché non ci siamo!”; ricordo interi pomeriggi passati con papà da un lato e mamma dall’altro lato a spiegarmi le equivalenze: niente, non c’era verso, non mi entravano in testa, come molte altre cose della matematica!

Poi però alle medie c’è stata la trasformazione che penso abbia segnato poi tutto il mio percorso scolastico: ho iniziato ad andar bene in matematica, mi piaceva, mi appassionava, facevo equazioni complesse e sfidavo il mio papà che era molto bravo! E mi ricordo che, sempre alle medie, mi piaceva andare nell’aula dei computer per far muovere quella tartarughina sulla schermo dandole i comandi giusti. Era la sensazione “fa quello che le dico io”, ero affascinata

Da lì inizia la mia esperienza informatica e tengo a dire informatica perché poi in tutta la mia vita ho scelto quel percorso formativo dell’informatica pura quella del ramo Matematiche, Fisiche e Naturali, non ingegneria!

Dopo le medie ho deciso, pensa un po’, di fare ragioneria! Ho scelto un istituto tecnico commerciale di Bologna, il mitico Tanari, che era riconosciuto essere uno dei più tosti istituti tecnici della città, alla pari con un liceo scientifico. E lo scelsi perché c’era l’indirizzo “programmatore di computer”. Dissi al mio papà “se poi non mi va più di studiare, con l’istituto tecnico il lavoro lo trovo più facilmente”.

Mi ricordo che c’erano due percorsi scolastici: un biennio dove i ragazzi facevano un’ora in più di matematica e poi si poteva scegliere se fare l’indirizzo di programmatore di computer, e un percorso normale da ragioniere.

Io avevo l’idee chiare volevo fare matematica e programmazione di computer. In generale sono un tipo sempre un po’ indeciso ma quando prendo una decisione è quella!

Quindi scelsi il biennio con l’ora in più di matematica e il triennio di programmazione di computer. Sapevo che avrei fatto più ore dei ragionieri normali; mi ricordo dei miei sabati mattina in aula mentre quelli del filone ragioneria andavano via prima, ma mi piaceva, mi continuava a piacere la matematica, mi piaceva programmare. Sono sempre andata bene in matematica anche alle superiori tranne nella matematica finanziaria dove proprio la odiavo e penso che non piacesse nemmeno alla mia insegnante visto che quasi tutta la mia classe non andava proprio bene in matematica finanziaria (se si prendevano dei 7 era grasso che colava!). Ma sull’altro tipo di matematica erano 8 e 9 costanti!

Odoravo programmare, ricordo l’ncaponirsi nel far funzionare i programmi per la gestione del magazzino che sviluppavo in COBOL, con tutta quella parte di declatatives allucinante, ricordo che dopo diversi tempi in COBOL, il pascal era una novità piacevole e mi ricordo come particolarmente piacevole programmare in CLIPPER sotto MS-DOS. Mi piaceva tanto clipper, tanto che avevo promesso a mamma che avrei creato un programma per catalogare a casa gli innumerevoli libri che aveva e che ha ancora, libri stipati un po’ a caso nelle varie librerie di casa e che si trovavano a fatica. Poi penso di non averlo fatto perché a quell’età, delle superiori, mi piaceva anche godermi le estati

L’informatica l’ho pure portata come prima materia al mio esame di maturità, esame che andò senza infamia e senza lode agli scritti,ma decisamente meglio all’orale dove appunto portai informatica e italiano. L’orale andò talmente bene che mi ricordo che la mia insegnante interna mi disse che il tipo di informatica che mi fece l’orale disse “tra tutti, se dovessi prendere qualcuno per lavorare con me, sceglierei lei”

Finite le superiori dovevo scegliere: il lavoro o studiare, ma studiare mi piaceva, mi piaceva imparare cose nuove, mi piacevano le sfide che l’informatica mi proponeva di fatto. Quindi la scelta di continuare a studiare era chiara, meno chiara la scelta di cosa. C’erano diverse cose che mi piacevano: mi piaceva tanto l’informatica, mi piaceva tanto disegnare e dipingere, lo facevo ogni tanto nel mio tempo libero, mi piaceva anche il diritto perché era una sfida capirlo! Quindi  quattro erano le scelte: informatica, cosa nuovissima nel 1995 a Bologna,  c’era ingegneria informatica, anche questa nuova, c’era giurisprudenza perché mi piaceva il diritto, c’era architettura per la mia passione nel disegno, anche tecnico,… ma non c’era nella mia scelta la matematica, non lo so, o forse lo so: guardavo sempre agli sbocchi possibili del lavoro! Alla fine scelsi informatica perché le materie che proponeva il corso di laurea mi ispiravano

E da lì il percorso all’università con qualche problema il primo anno, tanto che volevo abbandonare tutto: non andò bene l’esame di programmazione presi un misero 23 (e tralascio anche come andò che è meglio!) e quindi entrai in crisi, ma fu il mio papà che molto semplicemente mi disse “se vuoi smettere non c’è problema ma io non ti mantengo, vai a lavorare. Se invece vuoi continuare sappi che tutto il percorso dell’università sarà sostenuto da me e mamma, in tutti i sensi”.

Quindi decisi di continuare, anche perché non avevo voglia di andare a lavorare! Gli esami dopo quel 23 erano quelli di matematica. Mi chiusi in casa un’estate intera e riuscii così a chiudere tutti gli esami e il primo anno. Di nuovo la matematica mi aveva appassionato e gli esami andarono di nuovo bene. Poi fu sempre tutto positivo, dal secondo anno arrivarono diversi 30 e la voglia di continuare e fare bene.

Mi sono quindi laureata in informatica il 15 marzo del 2001 con 110 e lode e sono soddisfatta di quello fatto. Dopo la laurea ero decisa ad andare all’estero perché volevo anche perfezionare la lingua inglese.

Così a 24 anni sono partita e sono andata a vivere a Newcastle upon Tyne e a lavorare alla facoltà di informatica dell’Università di Newcastle. Non conoscevo niente e nessuno! Là avevo praticamente l’equivalente dell’assegno di ricerca italiano e lavoravo a stretto contatto con un’azienda (in UK i rapporti tra università e mondo industriale a quei tempi erano già molto attivi).

Mi trovavo bene, l’inglese migliorava tantissimo, anche perché non avevo italiani attorno a me, ma poi decisi dopo un anno di rientrare in Italia, anche perché avevo papà che non stava benissimo.

Rientrai in Italia il 3 giugno se non ricordo male del 2002. Da lì a poco mio papà morì e la mia vita cambiò (è cambiata) moltissimo. In quella maledetta estate del 2002 decisi di rifiutare un lavoro presso un’azienda grossa informatica, continuare a lavorare all’università di Bologna con il professore con il quale mi ero laureata, persona squisita con la quale ho lavorato proprio bene, e decisi di fare il dottorato in informatica. Fu mio padre che mi disse “fallo no, mentre lavori all’università, hai un titolo in più, mica tutti hanno il dottorato ti potrebbe aprire altre strade”. E così mentre lui si spegneva in quel letto di ospedale io studiavo per l’esame di dottorato.

Ho fatto il dottorato, passato notti e giornate di fronte a questo cavolo di computer, intere giornate in sala server per tirar su macchine che andavano in crash! Ho fatto una tesi dal titolo “Middleware Services for Dynamic Clustering of Application Servers” una roba che ora viene offerta nell’ambito cloud computing. Andò bene in generale.

Rimasi poi all’Università di Bologna. La mia passione era la ricerca, ma la ricerca in Italia non è cosa; rifiutai un’offerta di lavoro all’estero per stare vicino ai miei affetti: dopo la morte mio padre, diverse cose precipitarono in famiglia. Accettai però una proposta di lavorare alla Sapienza, nel dipartimento degli ingegneri informatici (che poi ho scoperto non sono diversi dagli informatici, tanto che ora tipicamente informatica e ingegneria informatica sono accorpate). Conoscevo alcuni che mi offrirono la possibilità di lavorare in un progetto europeo che trattava di sicurezza informatica nel contesto di infrastrutture critiche finanziarie. Roma-Bologna erano relativamente vicine e decisi quindi di trasferirmi. Ho lavorato alla Sapienza 3 anni e poi visto i soldi che scarseggiavano, visto che i concorsi poco o niente, decisi di abbandonare l’università. Feci un concorso per un contratto di collaborazione nell’allora DigitPA, per un profilo tecnico, ed eccomi ancora qui.

Oggi ho tante cose: lavoro in AgID ma collaboro a stretto contatto con il Team Digitale. Faccio cose molto più tecniche con i ragazzi del Team, o meglio, diciamo molte più tecniche di quelle che facevo negli ultimi tempi. Installo software, provo, ritento, insomma mi sento come se fossi ritornata ragazzina! Ecco, l’informatica, lo smanettare mi fa ritornare ragazzina!

Lavoro anche con alcuni colleghi, amici del CNR, sto seguendo diversi progetti e con loro abbiamo intrapreso anche l’avventura di una piccola realtà imprenditoriale anche se al momento, a essere onesta riesco a seguirla troppo poco perché ho troppe cose in mano!

In questa racconto c’è tutto del mio percorso scolastico su questi temi.

Penso che l’influenza delle insegnanti, della loro passione per la matematica e l’informatica (alle medie chi ci faceva informatica era la professoressa di matematica) abbiano determinato il mio percorso e le mie scelte. E come vedi, almeno a Bologna c’erano già realtà dove queste cose, a quei tempi si insegnavano! Quindi la strada giusta è quella secondo me e ora come ora non è una cosa che può essere facoltativa, si deve fare. Tra l’altro tutte insegnanti donne ho avuto, sia come informatica che come matematica, alle elementari, medie e superiori. All’università invece erano più uomini.

Questo mondo per una donna è difficile. Non ti nego che a tratti ho avuto la sensazione nella mia vita di aver fatto (e di fare ancora) il doppio della fatica, quando insegni all’università davanti a centinaia di studenti, nella maggior parte maschi, quando ti ritrovi a seguire le lezioni all’università e sei l’unica ragazza in aula, quando ancora adesso si lavora in gruppi e sei l’unica donna. La percezione è ancora a volte che questo non sia un mestiere per donne. Tanto che a volte dico che se rinasco, col cavolo che faccio questo mestiere. Ma poi ci penso e mi dico “Mica è vero!”; l’informatica, almeno per me, è creatività, è sfida, è rigore, è organizzazione, è multitasking cose dove le donne potrebbero dare molto perché hanno alcune di queste cose nel loro DNA!

Che ne pensi del PNSD?

Devo ammettere che non conosco nel dettaglio PNSD. Ho letto tante critiche e poche voci favorevoli. Non avendo seguito per bene le varie misure non posso permettermi di giudicare. Dico che è un classico in Italia: quando si fa, la prima cosa è criticare perché chiunque altro l’avrebbe fatto sicuramente meglio! Forse, ma intanto iniziamo a mettere nero su bianco dei punti.

In generale, sicuramente dico che non possiamo permetterci più di ignorare l’innovazione. Se ai miei tempi era un fatto sperimentale, ora deve diventare una cosa sistemica della scuola tutta, educando anche all’uso degli strumenti che abbiamo a disposizione, aumentando la consapevolezza delle azioni che si fanno in rete. Non penso che questo sia chiaro, né ai nativi digitali, né a molti che si sono adeguati all’uso degli strumenti non avendo però alle spalle un certo background.

Una cosa però: nella mia visione personale non insegnerei nelle scuole a programmare in un certo linguaggio. Tra l’altro non amo gli ortodossi di un linguaggio al posto di un altro. I vari linguaggi di programmazione sono nati per precisi scopi e per servire certi tipi di esigenze. La tecnologia poi evolve rapidissimamente, difficile anche per me starci dietro il più delle volte; è molto probabile si programmerà di meno in futuro ma si riuserà di più codice già sviluppato, forse anche dalle macchine. Secondo me è fondamentale, quindi, che tutti imparino a risolvere diverse categorie di problemi. Quello fa la differenza! Perché ti prepara a ragionare in un certo modo, critico, cosa che mi sembra si sia abbastanza perso.

Quali sono secondo te le materie fondamentali che si dovrebbero insegnare?

Le mie materie fondamentali:

italiano (per bene!). Capita a tutti, nella fretta, di scrivere strafalcioni ma ci sono scritti veramente terribili. Non so come mai si è perso l’uso del congiuntivo, della punteggiatura, si confonda sempre di più “a” e “ha”. Terribile! Questo aiuterebbe anche a imparare a capire un po’ di più quello che si legge!

educazione civica: abbiamo perso il senso della tutela del bene comune. Bisogna ripristinarlo. Io me lo ricordo e mi ricordo quando scrivevo che “cerco sempre di buttare le carte nei cestini per strada!!” e tra l’altro questo si riconduce anche a un miglior uso degli strumenti digitali che abbiamo oggi, come dicevo sopra. Nella rete non siamo soli, siamo potenzialmente molto meno soli di quando passeggiamo per strada, se ci pensi.

matematica e approccio alla risoluzione dei problemi che si ricollega al discorso di sopra dell’informatica

le lingue straniere (plurale!) e qui vado contro corrente: erogando intere lezioni nella lingua straniera. Trovo assurdo quello che si è fatto di recente per le università! Figurati, io cercherei di erogare intere materie in lingua straniera fin da piccoli. Bisogna aprirsi al mondo perché conoscere altre culture, altre lingue ti insegna a stare al mondo, ti insegna a confrontarti con altri imparando cose nuove.

Chi è Giorgia Lodi

Giorgia Lodi ha ricevuto il dottorato in informatica nel 2006 dall’Università di Bologna. Dopo un lungo periodo trascorso nel mondo accademico sia all’Università di Bologna sia alla Sapienza Università di Roma, dal 2011 inizia a lavorare nel settore pubblico come collaboratrice dell’attuale Agenzia per l’Italia Digitale (AgID). Nell’ambito di questa collaborazione Giorgia lavora inizialmente al progetto SPC – Sistema Pubblico di Connettività su temi quali interoperabilità tecnica e semantica, cloud computing e open data. Giorgia è infatti uno dei principali autori delle linee guida sulla valorizzazione del patrimonio informativo pubblico dal 2012 ad oggi e di altri documenti tecnici nazionali SPC.  Attualmente è ancora collaboratrice AgID e lavora a stretto contatto con Il Team per la Trasformazione Digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri sia allo sviluppo della parte semantica del Data & Analytics Framework, definendo la rete di ontologie e vocabolari controllati (OntoPiA) per la pubblica Amministrazioni, sia allo sviluppo del catalogo nazionale dei servizi pubblici. Nel corso degli ultimi 4 anni Giorgia ha lavorato anche come consulente presso Reply Whitehall e come assegnista di ricerca presso il laboratorio di Tecnologie Semantiche (STLab )dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione (ISTC) del CNR. Giorgia collabora ancora con il laboratorio attraverso una PMI fondata insieme ai suoi colleghi dell’STLab.